domenica 3 ottobre 2010

OLIMPIADI: DALLA SIBERIA UN MONITO PER GLI SCACCHISTI.

Sono terminati, questa mattina, i giochi della 39.ma Olimpiade scacchistica disputatasi nella città petrolifera di Khanty-Mansiysk in Siberia.

Prima di cercare di capire se dalle notizie che arrivano da questa regione (in realtà è uno stato vastissimo, famoso per il clima inospitale e le immense ricchezze del sottosuolo) della Russia si potrebbe (o dovrebbe!) eccepire che la qualificazione di Olimpiade per il campionato mondiale biennale a squadre delle rappresentative di federazione nazionali aderenti alla FIDE non potrebbe essere applicabile.

Infatti la primordiale accezione del termine "Olimpiade" (poi riattivata con successo dal barone De Coubertin nel 1896 dopo un paio di tentativi andati a vuoto) è quella di "periodo di tempo di 4 anni" e non un insieme di gare sportive, come, invece, è quasi unanimemente creduto.
Le gare sportive fanno parte dei "Giochi Olimpici" che si celebrano all'inizio del quadriennio olimpico (per i giochi estivi) o in mezzo a questi, per quelli invernali.

Può rendere benissimo il concetto il ricordare che il 1936 a Berlino si celebrarono i "Giochi" della 11^ Olimpiade e quelli successivi, che si disputarono Londra nel 1948, furono i "Giochi" della 14^ Olimpiade.
Pertanto nel periodo della seconda guerra mondiale (1940 e 1944: 12 e 13^ Ol.), ma anche della prima nel 1916, il contagiri scattò ma il mondo dello sport rimase al palo: a differenza delle Olimpiade antiche non ci fu tregua, che gli antichi greci chiamavano la "Irene".

Quindi durante le guerre mondiali ci furono (passarono) le Olimpiadi ma non ci furono i "Giochi Olimpici". Per i nostalgici i Giochi del 194o erano stati assegnati a Roma.

Detto che l'Olimpiade è un periodo di tempo di quattro anni va da se che il tempo è unico per ogni attività, ivi comprese quelle sportive e quelle ad essere collegate.

Il fatto dell'"unicità" dovrebbe portare a considerare che nessuna delle discipline esistenti a livello planetario può avere una "propria" Olimpiade; ancora di più quella scacchistica che, invece di quattro, si disputa ogni due anni e, contestualmente, si incementa di una edizione ogni biennio.

Chi pensa che l'Olimpiade scacchistica abbia perso la sua primordiale funzione (compiacere ed ingraziarsi i dei, o le divinità comunque intese) sfonda una porta aperta; essendo sempre più evidente che il termine viene preso in prestito (da tante organizzazioni "sportive" sovrannazionali) per giustificare un vorticoso business a cui il termine vorrebbe affidare il compito di "addolcire" le modalità cruente proprie dell'agimento per interesse.

Accennato al fatto che l'Italia maschile ha appena conquistato uno storico 21° posto è opportuno soffermarsi su di un fatto avvenuto che (sicurmente) diverrà l'elemento caratterizzante di questa edizione; allo stesso modo di Dorando Petri nel 1908 a Londra, Jesse Owen nel 1936 a Berlino, Abebe Bikila a Roma nel 1960, Johnson a Città del Messico nel 1968 e così via.

Nel femminile la rappresentativa di casa, come da regolamento e da costume, schierava più d'una della canonica rappresentativa nazionale permessa.
Un beffardo scherzo del destino ha fatto si che (all'inizio dell'ultimo turno) si siano verificate tutte queste concomitanti situazioni: 1) Russia 1 aveva matematicamente conquistato l'oro; 2) Russia 1 e Russia 2 erano state accoppiate insieme; 3) Russia 2, vincendo, avrebbe conquistato il bronzo.

La possibilità di fare la "pastetta" era ghiotta (tutti noi ricordiamo il Danimarca-Svezia 2-2 dell'Europeo di calcio!); certo, le chiacchiere sarebbero state infinite ma, come sempre in questi casi, i vantaggi rimangono inperituri nel tempo e le chiacchiere se le porta il vento.

Ebbene, Russia 1 ha vinto e Russia 2 è terminata fuori dal podio, "appena" entro le prime dieci. Non c'è che dire: una grande lezione di sportività.

In cosa può essere d'aiuto l'esperienza ed il risultato appena arrivato dalla Siberia per un blog bitematico? (specifica attività in specifico territorio?).
La lezione che se ne potrebbe (o dovrebbe) trarre è che non è vero che tutte le...opportunità...possano (debbano!!) essere messe a profitto.

Se vediamo i pareggi (ciclici) agli ultimi turni del C.I.S. (per non dire altro!) o le ...patte... prevedibili (che possono solo apportare effimeri benefici), non possiamo non pensare alle giocatrici di Russia 1 che, rispettando le squadre di Cina e Georgia (infine argento e bronzo), l'etica sportiva, Russia 2, la propria federazione, ma - soprattutto - loro stesse hanno fatto si che la giustizia tecnico sportiva facesse il proprio naturale corso.

Però il rovescio della medaglia è che, l'attuale ricerca di obiettivi facili e certi (quantunque insignificatamente gratificanti) sia molto difficile da estirpare e pochi riescono a vedere le reali soddisfazioni che possono essere apportate da risultati esclusivi frutti di merito e dedizione.

La realtà scacchistica mostra, pure, che gli istruttori non sempre riescono (o vogliono) a comunicare ai propri allievi, al 100 %, l'importanza di applicarsi offrendo il meglio delle proprie potenzialità; senza scorciatoie solo apparentemene vantaggiose.

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